Milano - 6 Aprile 2026
Ambiguo. Orgogliosamente ambiguo? Forse il limite più ambiguo verso cui Guadagnino si sia mai spinto finora? Direi di sì, ma con uno scopo ben preciso.
L’arte dovrebbe restare aperta all’interpretazione di chi guarda, sollecitando una partecipazione attiva all’opera stessa.
Ma cosa succede se, per ottenere quella partecipazione più profonda, lo spettatore deve prima sentirsi disturbato? Come il dolore intermittente di Julia Roberts, il suo vomito a intermittenza, anch’io mi sento abbastanza scossa da prenderlo sul personale, da sentirlo nelle viscere — e non è affatto un caso.
Quindi: questo film è davvero ambiguo?
Forse la vera domanda è un’altra: dove pensiamo debba soffermarsi il focus del discorso?
Forse la vera domanda è un’altra: dove pensiamo debba soffermarsi il focus del discorso?
Nel caso in cui la straordinaria scelta sonora, chiaramente intenzionale, non fosse stata un indizio sufficiente, qui siamo davanti a un film horror travestito da dramma sociale.

E poi ci sono le scene buie... Le ombre. L’orrore di cui il regista ci parla, qui, è che il nostro focus non dovrebbe essere stabilire cosa sia o non sia effettivamente la verità. Dovremmo piuttosto imparare ad ascoltare.
Ascoltare davvero, senza un secondo fine, chi sta parlando — al di là di qualunque versione dei fatti. Non per noi stessi, ma per ascoltare davvero l’altro. Ascoltare e per un singolo momento non giudicare, come nella sala di cinema.
Personalmente non sono una grande fan dell’aura sociale pretenziosa ridondante nei film di Guadagnino, anche se in questo contesto ne comprendo bene la funzione. In realtà, in qualsiasi contesto: non puoi chiedere a un orso di raccontarti la sua storia in latino.
Ma l’orso siamo noi.
E Guadagnino è il latino.
Di Giulia Rettaroli
